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Dallo stato di natura alla società civile: l’origine della disuguaglianza secondo Rousseau
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Dallo stato di natura alla società civile: l’origine della disuguaglianza secondo Rousseau

“Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile.” Così inizia la seconda parte del Discorso sull’ori...

“Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società civile.”

Così inizia la seconda parte del Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza (1755) del filosofo Jean-Jacques Rousseau. L’autore denuncia il conflitto tra stato di natura e società civile: le disuguaglianze sono effettivamente contronatura e sono dovute alla ricchezza. Infatti, esse rappresentano il risultato di un ‘patto iniquo’ imposto da chi detiene ricchezza a discapito di chi possiede meno, mediante l’istituzione legale della proprietà privata. Rousseau esalta la natura umana originaria, parlando dello ‘stato di natura’, che è in sé buona: il sentimento e la volontà pesano tanto quanto l’intelletto e l’essere umano convive bene con se stesso; infatti, nasciamo naturalmente differenti – più altə, più bassə – ma socialmente uguali: non suddivisi in categorie in base a ricchezza e povertà, borghesia e proletariato, monarchia e sudditanza; bensì ci inseriamo in esse.

Copertina del libro da cui è tratta la recensione: J. J. Rousseau, “Origine della disuguaglianza”, Feltrinelli, Milano, 2015 (trad. dal francese di Giulio Preti)

Analizzando lo stato di natura, l’autore sostiene che il mondo naturale è un mondo semplice in cui le persone hanno la sola necessità di soddisfare i bisogni primari. Ciò che possiedono sono due sentimenti: l’amor proprio e la pietà e convivono serenamente con essi.

Sebbene l’essere umano finora sia sufficiente a se stesso e sia in equilibrio tra i bisogni e le risorse di cui dispone, ha due impulsi: è libero e desidera migliorare, perfezionarsi. Queste spinte generano un progressivo allontanamento dalla condizione naturale. Gli esseri umani iniziano a comunicare attraverso il linguaggio; questo li porta all’utilizzo della ragione e dell’intelletto: è così che iniziano a costituirsi le famiglie e, tra di esse, a sorgere piccole competizioni e rapporti di appartenenza – esemplificati dalle espressioni ‘mio marito’, mia figlia…’. Prima, tutto era di tuttə.

Tuttavia, l’armonia non è ancora minata. Essa crolla in definitiva con la nascita dell’agricoltura e della metallurgia. Con lo studio di queste discipline si possono creare strumenti che permettono di lavorare la terra: da nomadi si diviene contadinə e iniziano a formarsi le civiltà. Questa rivoluzione conduce al tramonto della società naturale con la costituzione effettiva della proprietà privata. Rousseau è il primo a individuare in essa, esaltata precedentemente dal filosofo inglese John Locke come un diritto naturale, la causa dell’inizio delle disuguaglianze tra chi possiede e chi non possiede. Considerando un terreno di proprietà, e non come ‘di tuttə’, nasce la distinzione tra chi possiede e chi no. Se il suolo si fosse valutato come un luogo comune, si sarebbero evitate le guerre e le disparità.

Jean-Jacques Rousseau, filosofo e scrittore svizzero (1712-1778)

Rousseau distingue tre tipi di guerre: due orizzontali, ossia ricchi contro ricchi e poveri contro poveri; e una verticale, ovvero ricchi contro poveri. I ricchi, a loro volta, fomentano le guerre dei poveri contro poveri, cioè l’anello più debole della società: propongono loro il ‘patto iniquo’ in cui tuttə cedono la libertà in cambio di protezione da parte di un sovrano, perdendo quindi i diritti.

Nascono la magistratura e i poteri esecutivo e legislativo, i quali si assumono il compito di legittimare le differenze. I due poteri divengono pertanto arbitrari di un sovrano trasformatosi in assolutista. Di conseguenza, alcune persone ne prevaricano altre.

Se è vero che con Rousseau sorge un pessimismo storico e politico secondo cui il progresso è deleterio, d’altro canto, la prospettiva che si apre è quella di un ottimismo antropologico: la natura umana possiede gli strumenti per slegarsi dal sistema corrotto creatosi. Il filosofo propone quindi un contratto che ponga fine alla disuguaglianza: il ‘contratto sociale’ – di cui parlerà nel libro dal quale prende il nome Il contratto sociale (1762) –, che è quello che più si avvicina all’uguaglianza; esso coincide con l’istituzione della democrazia. Questo patto non riporterà l’essere umano allo stato di natura perché la storia non torna indietro; piuttosto, è necessario guardare al futuro. Il progresso ha condotto alle ingiustizie e le persone devono agire, e possono farlo, per rompere il sistema e fondare una democrazia diretta, che operi a favore di tuttə.

Nella prefazione del libro, il filosofo Giulio Preti afferma che è solo con il pensiero socialista, a partire dalle teorie del filosofo, economista, storico Karl Marx, che si capirà che una vera democrazia è difficile da raggiungere senza un’uguaglianza sociale ma “ciò non toglie che Rousseau abbia il merito di aver formulato chiaramente, sia pure su di un piano astrattamente politico, l’idea della democrazia, e di avere mostrato come con la proprietà privata cominci l’infelicità umana”.

Federica Biffi

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